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L’inflazione si sente tra Artena, Valmontone, Colleferro e Segni. In tutta la provincia di Roma in cinque mesi sono aumentati i prezzi dei fornitori di materiali edili, carburanti, mangimi per il bestiame e alimenti per ristoranti

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L’inflazione si sente: dalle plastiche ai metalli, dai carburanti agli alimenti per ristoranti. Già l’Istat aveva rilevato gli aumenti del settore energetico qualche tempo fa. I rincari sono ora materia di discussione di tutti i giorni. Nella zona sud della provincia di Roma, tra Velletri e Colleferro, tra Artena e Valmontone, da Grottaferrata a Segni, i fornitori hanno aumentato i prezzi. A partire dai carburanti. Per i consumatori il metano è salito in poche settimane da un euro e qualche centesimo a 1,18 euro al chilo. Il Gpl ha quasi toccato gli ottanta centesimi al litro. La benzina è poco sotto quota 1,7. E neppure i materiali edili e il settore agricolo sono esenti da rincari.

“Aumenta tutto, solo il prezzo del latte rimane lo stesso”

L’aumento delle materie prime colpisce pure le aziende agricole. Chi alleva il bestiame da carne o da latte ha visto aumentare i prezzi del gasolio agricolo e dei mangimi. “La farina di mais – afferma un allevatore di Artena – in un anno è aumentata di 10 euro al quintale, salendo del 50%. Il gasolio agricolo pure, con un rincaro di 40 centesimi al litro. Aumenta tutto tranne il prezzo di rivendita del latte, per il quale si parla di un adeguamento di soli tre centesimi al litro”.

I prezzi di ferro e cappotti termici sono raddoppiati. Su plastica, elettrodomestici e materiali metallici aumenti dal 10 al 30%

Forse anche sulla spinta del boom di lavori legati al superbonus e alla richiesta di materie prime della Cina, i prezzi dei materiali edili sono cresciuti enormemente. “Il prezzo del ferro è raddoppiato – riferisce un ingegnere – e per i cappotti termici si è arrivati addirittura a un aumento del 120%”.

“Da maggio – afferma un imprenditore attivo nel ramo della termoidraulica – ci sono state due tranches di aumenti che hanno fatto crescere sensibilmente i prezzi praticati dai fornitori. Stiamo parlando un +30% sulla plastica, di un +20% sugli oggetti metallici. Impianti di refrigerazione e condizionatori sono aumentati del 19% e le caldaie del 10%”. Tutti questi aumenti si ribaltano automaticamente sui prezzi dei consumatori. Ma non sono gli unici. L’altro comparto sotto pressione è quello della ristorazione, delle strutture alberghiere e dei pub.

Ristoranti e pub di Grottaferrata, Artena, Segni e Valmontone fanno i conti con l’inflazione. Alcune materie prime sono arrivate anche a un +50%. “Se continua così si va verso un adeguamento dei prezzi per recuperare i costi”

L’aumento dei prezzi dei fornitori sta erodendo i guadagni di ristoratori e albergatori. A parlarne è stato Il Messaggero ieri in edicola. Le attività che si riforniscono dai grossisti hanno infatti registrato un boom dei costi delle materie prime. Per ora si salva soltanto chi si rifornisce direttamente dal produttore, saltando la catena dei trasporti o rivolgendosi a produttori che non risentono della concorrenza internazionale. Quanto ai prezzi ai clienti, qualche ritocco è stato fatto. Per decidere se cambiare l’intero listino i ristoratori attendono di capire se gli aumenti saranno stabili o momentanei.

Negli ultimi mesi, fatture alla mano, prodotti ittici, carne, farine e verdure sono diventati più cari. In alcuni casi un chilo di vongole veraci è passato da 9,5 euro al chilo a 15 euro, con un aumento di circa il 50%, mentre i lombi di vitellone hanno fatto un salto di cinque euro al chilo. Più 50% anche per calamari surgelati, peperoni e zucchine.

Ambrosetti: “Paghiamo le conseguenze di una dinamica internazionale”

Ad esempio Gianni Ambrosetti, dell’albergo ristorante La Noce di Segni, i rincari li ha sentiti chiaramente e ha provato anche a darsi una spiegazione. “Lavoriamo con grandi fornitori a livello nazionale – racconta il ristoratore – e ci dicono che sul mercato arabo c’è una forte richiesta che ci danneggia. A volte addirittura i prodotti non si trovano per diverso tempo. Questo significa che stiamo pagando le conseguenze di una dinamica internazionale e se è così non credo che si tornerà indietro: alla fine dovremo adeguare i menù per recuperare le spese”.

“Chi compra a chilometro zero ha sentito meno l’inflazione”

Stefano Bartolucci, titolare del ristorante “Rosso DiVino” di Valmontone, spiega invece il trend con un boom delle richieste dei locali, che stanno “smaltendo” i banchetti arretrati. “Gli aumenti – dice Bartolucci – riguardano soprattutto particolari tagli di carne di provenienza estera, mentre il prezzo della carne nazionale è cresciuta in modo meno sensibile. Di solito durante l’anno ci sono fluttuazioni stagionali che vengono assorbite senza aumentare i prezzi ai clienti – prosegue il ristoratore di Valmontone – ma è chiaro che se continua così degli adeguamenti andranno fatti. Una soluzione per non rincarare può essere quella di rifornirsi da aziende a chilometro zero o a chilometro, per così dire, sostenibile”.

E infatti, per ora, i ristoranti che si salvano sono quelli che vanno a comprare il pesce all’asta al porto, come fa da decenni Benito Morelli, dello storico ristorante “Benito al Bosco” di Velletri. “Nelle nostre strutture abbiamo mantenuto i prezzi che c’erano prima del lockdown – afferma -, cercando anche di ridurre qualcosa pur di ripartire dopo otto mesi di blocco totale”.

È sostanzialmente d’accordo Bruno Brunori, chef di Miss Italia e titolare di Casa Brunori a Grottaferrata. Per lui tutto è legato agli aumenti dei costi di trasporto. “Chi nei propri menù ha solo prodotti autotrasportati – spiega lo chef – dovrà adeguare i prezzi finali. Un problema in più potrebbe presentarsi il 15 ottobre, quando i trasportatori sciopereranno contro l’obbligo di green pass. Da parte nostra – prosegue Brunori – cerchiamo in tutti i modi di tutelare i clienti, reperendo le materie prime a livello locale, dove i prezzi sono più stabili. Credo che alla fine quest’inflazione incentiverà la produzione a chilometro zero e porterà un miglioramento nella qualità dei piatti”.

Il fornitore del settore alberghiero: “Aumenti del 30% ma credo che in primavera si potrebbe tornare alla normalità”

Un’esperienza diversa è quella di Fabrizio Ianni, titolare della Agriment srl di Lariano, che a Roma rifornisce circa trecento strutture alberghiere. L’imprenditore ha registrato un aumento medio dei prezzi del 30%. “Secondo me il punto è che dalla pandemia – dice Ianni – le aziende hanno ridotto i volumi di vendita e quindi sono costrette ad aumentare i prezzi per coprire i costi. Se, come credo, in primavera la pandemia ormai sarà quasi o del tutto debellata o comunque sotto controllo, allora ritorneranno i flussi turistici e con loro i volumi di consumo: a quel punto certe dinamiche commerciali legate al “prezzo-volume di consumo” potranno nuovamente essere incentivate con una conseguente concorrenza tra aziende che favorirà una riduzione dei prezzi”.

Prati: “Margini di guadagno ridotti anche dalla penuria di personale e dalla ridotta capienza delle sale”

Trasporti e dinamiche di mercato a parte, c’è anche un altro aspetto che gioca a favore dell’inflazione. “Non dimentichiamo – afferma Raniero Prati, della Premiata Trattoria Prati di Lariano – che le norme sul distanziamento hanno ridotto la capienza delle sale. Inoltre il personale non si trova o va pagato di più, non per il reddito di cittadinanza ma perché in questo anno e mezzo è stato assorbito da altri settori. Tutto ciò ha ridotto i margini di guadagno – aggiunge Prati – e, se continua così, tutto ciò porterà a un aumento dei prezzi al cliente di oltre il trenta percento nei prossimi tre anni, altrimenti si chiude”.

“I rincari delle bollette ci impensieriscono di più degli aumenti dei fornitori”

E poi c’è la paura della bolletta dell’energia, che fino ad ora è stata solo annunciata. Quando arriverà la bolletta la paura si concretizzerà soprattutto su piccole strutture, come i pub dei centri storici. “Fino ad ora tutto è aumentato del 20%, anche la birra” afferma Giovanni Papa, titolare del Mulo Brigante di Artena. “È chiaro che dovremo adeguare i prezzi con piccoli ritocchi sul menù – dice Papa – ma qualcosa di più ci impensierisce: le bollette energetiche che arriveranno. Quelle bollette sono massacranti per locali piccoli come il nostro, che oltretutto si trovano in centri storici in cui non si possono mettere pannelli solari”.

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