La storia stavolta riguarda una donna di Anagni, caduta dalla lettiga del pronto soccorso di Colleferro mentre il personale era impegnato su un codice rosso. La relazione della Asl rivela numerose criticità nella gestione dell’emergenza, nei rapporti con i reparti e l’assenza degli ambulatori

Un’altra storia-denuncia arriva dal Pronto Soccorso di Colleferro. Stavolta riguarda una signora di Anagni. La storia, che si aggiunge alle altre, sembra avvalorare la tesi dei sindaci e dei sindacati secondo cui il personale opera in condizioni di carenza di organico, non potendo dare la giusta attenzione ai pazienti. A raccontarla è il figlio.

Portata al pronto soccorso a metà giugno, la signora fa il percorso covid. I famigliari riescono a parlare con i medici otto ore dopo l’arrivo. “Dopo la nostra insistenza – racconta il figlio Gennaro – la dottoressa ci chiama e ci dice che nostra madre è caduta dalla lettiga con le sponde, arrampicandosi mentre era sola in una stanza perché il personale era impegnato in un codice rosso alle 17.30. Non c’è stato permesso di vederla e non mi hanno voluto ridare canottiera e maglietta: immagino quanto sangue c’era”.

“Il giorno dopo – prosegue il racconto – siamo riusciti a vederla dalla finestra di una stanza del pronto soccorso: era in compagnia di un’altra paziente con vicino la nuora ma un infermiere dice a noi che non potevamo stare lì mentre l’altra persona poteva starci. Si saranno fatti un’esame di coscienza così la notte, mettendo mia madre in stanza da sola, hanno fatto stare vicino a lei mia sorella la notte e io la mattina mentre le hanno fatto una trasfusione di due sacche di sangue”.

“Il terzo giorno – prosegue il figlio – è stata ricoverata in medicina con un’altra trasfusione e i primi di luglio è stata dimessa senza che un dottore uscisse dal reparto per spiegarci la situazione. È arrivato solo l’infermiere con un foglio con scritto la terapia effettuata”. Nel referto è riportato un “trauma accidentale in PS con riscontro di frattura orbitaria destra, estremo laterale clavicola destra, II e IV costa destra”. Il giorno dopo le dimissioni, le cose cose non vanno e la donna torna in pronto soccorso per scompenso cardiaco, per essere infine ricoverata in Cardiologia.

Le rivendicazioni dei sindaci

Nei giorni scorsi tredici sindaci della zona con una manifestazione hanno rivendicato la necessità di assumere più personale medico per il pronto soccorso e per l’ospedale di Colleferro. Quanto al pronto soccorso, la richiesta era stata avanzata sia dalla Cisl sia dalla Cgil mentre la Asl Roma 5 la vede diversamente. Almeno su una questione sindaci e Asl concordano: l’assunzione del primario del Pronto soccorso. Questa era stata chiesta da tempo dai sindaci e solo qualche giorno fa la Asl Roma 5 ha bandito quel concorso.

La Asl: infermieri e Oss in numero adeguato, medici sufficienti ma vanno distribuiti più armonicamente

Perché Sindaci e Asl non sono d’accordo sul pronto soccorso? Da punto di vista della Asl perché il personale infermieristico è adeguato e quello medico è sufficente. A dirlo è una relazione di nove pagine stilata da due medici incaricati dalla direzione generale di valutare cosa non va nel pronto soccorso di Colleferro. Quella relazione è stata duramente criticata dal sindaco Pierluigi Sanna durante la manifestazione di sabato scorso. In essa si afferma che ben 723 pazienti nel 2020 hanno atteso il ricovero più di 36 ore e 265 pazienti hanno aspettato tra le 24 e le 36 ore. In ciò il pronto soccorso di Colleferro ha stabilito un record: tra i Pronto soccorso del Lazio (esclusi i DEA di I livello) è quello dove si aspetta di più insieme al Nuovo Ospedale dei Castelli (811 pazienti oltre le 36 ore).

Si scrive inoltre che il numero di pazienti che “non risponde a chiamata” è sopra la media regionale anche se in diminuzione. Tuttavia va considerato che molti di quelli che vanno in Pronto soccorso se ne vanno e poi vi tornano la mattina dopo, evidentemente per non attendere in sala d’aspetto o in piedi nel parcheggio. I dati dicono infatti che le persone si presentano in pronto soccorso più spesso tra le 8 e le 12 “a causa della prassi dei ritorni”. E ciò, come vedremo tra qualche paragrafo, è legato alla mancanza di ambulatori.

L’analisi del personale, dei tempi di attesa e delle criticità

Ma veniamo alle criticità riscontrate. La relazione in questione afferma che “la dotazione del personale infermieristico e OSS è risultata essere più che adeguata alla struttura”. “In ordine al personale medico – si legge -, pur nell’oggettiva criticità derivante anche dall’utilizzo di personale libero professionista (stante la indisponibilità nell’intera Regione Lazio di Medici MCAU e le connesse difficoltà di reclutamento), si è rilevata una sostanziale sufficienza della dotazione delle risorse, fermo restando la necessità di una più armonica distribuzione dei ruoli”.

L’anomalo aumento dei tempi di attesa

La Asl afferma poi che nel 2020-2021 (che ricordiamo essere gli anni della pandemia) si è registrata una riduzione degli accessi in pronto soccorso e un “anomalo aumento dei tempi di attesa dei pazienti”. Perché? Secondo la relazione le ragioni vanno ricercate in due problemi: nella non corretta formulazione e comunicazione delle procedure aziendali inerenti la gestione dei pazienti; e nella carente funzione di bed manager del Presidio (detto banalmente: la persona che assegna i letti per i ricoveri).

L’umanizzazione delle cure e i problemi di comunicazione

I medici che hanno stilato la relazione non hanno rilevato “carenze igienico sanitarie di nessuna natura” ma hanno messo nero su bianco “l’assenza di orari predefiniti per le comunicazioni con i familiari e la mancanza di un riferimento medico certo per le comunicazioni con i famigliari e l’umanizzazione delle cure in urgenza”. Una mancanza che gli utenti hanno sempre lamentato, raccontando dell’impossibilità di parlare con i medici e di sapere come stanno i propri famigliari.

“Più letti liberi che pazienti in barella”

A parte la questione importante delle comunicazioni, c’è un ulteriore punto che fa riflettere. I medici scrivono di aver evidenziato quale criticità “la presenza di pazienti in barella in attesa di ricovero e la contemporanea disponibilità di posti letto di degenza ordinaria liberi in ospedale, in numero talvolta superiore a quello dei pazienti in boarding (in attesa ndr)”.

Ciò significherebbe che non vi è comunicazione tra i reparti e il pronto soccorso, anzi si rileva una “difficoltà di rapporti con le unità operative di ricovero” e una loro “ridotta propensione ad ospitare pazienti, non di competenza, e di discipline diverse anche per l’assenza di procedure relative a tale pratica”. E questo spiegherebbe anche il blocco delle ambulanze in attesa di barella che a volte si verifica.

L’assenza di ambulatori che sarebbero “un elemento di certezza del percorso di cura”

Quanto all’accettazione, anche lì vengono individuate delle criticità: l’assenza di un triage avanzato per l’esecuzione delle analisi del sangue in attesa di essere presi in carico (in via di soluzione). E poi l’assenza di percorsi separati per pazienti con codici di gravità 3-2-1 che non necessitano di trattamento per acuti o di permanenza in ospedale.

Altri due tasti dolenti completano il quadro. Il primo riguarda l’assenza di un “coordinamento proceduralizzato delle attività di ricovero tra i dirigenti medici di guarda in pronto soccorso ovvero di un team leader” (questione che si sta risolvendo). La seconda: l’assenza di ambulatori dedicati ai pazienti dimessi dal pronto soccorso. Cioè la Asl stessa dice che gli ambulatori per curare le persone e per ridurre gli accessi in pronto soccorso non ci sono. E senza di quelli non si può ridurre il numero dei ritorni, né avere “un elemento di certezza del percorso di cura dopo la dimissione”.

Perché ci è voluto così tanto?

La relazione dei due medici incaricati dal direttore generale è del 6 luglio 2021. Arriva a mesi dalle dimissioni del precedente primario del Pronto soccorso. Traccia un profilo della struttura in cui ci sono reparti che non si parlano, procedure non attuate, ambulatori che mancano, tempi d’attesa che crescono, figure di coordinamento assenti. A leggerla mette timore e fa pensare a un atto di auto-accusa da parte della stessa Asl Roma 5. Possibile che la Asl sia stata costretta a rilevare una situazione del genere solo dopo che la popolazione ha iniziato a denunciare casi critici e disservizi? Non ha un suo meccanismo di controllo interno e di verifica? Da che parte guardava prima la Asl?

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