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Sul territorio di Artena continuano ad aumentare i positivi al coronavirus. Secondo un medico di famiglia: “Continuiamo a mettere in quarantena le persone”

Ad Artena oggi i positivi al coronavirus sono 119. A farlo sapere è il Comune di Artena, con il solito bollettino giornaliero in cui si riporta il numero di positivi segnalato dalla Asl Roma 5. La cifra, detta così, potrebbe mettere paura, anche perché il Comune di Artena continua non dire quanti sono gli ospedalizzati.

E invece, almeno ad Artena, sembra si sia entrati in una nuova fase dell’epidemia. Secondo quanto ci riferiscono alcuni medici di famiglia, i casi davvero gravi sono quasi assenti. Anche se le segnalazioni di positivi continuano a pieno regime e ciò potrebbe far crescere ancora i numeri.

“I contagi sono in aumento” dice un medico di base, aggiungendo che “al momento sono, per fortuna, assistiti vaccinati con doppia dose e la sintomatologia clinica è lieve”. “Continuiamo a registrare positivi e mettere in quarantena le persone” dice un altro medico. “Fortunatamente nessun caso preoccupante – aggiunge -, salvo un paziente non vaccinato, che comunque è a casa”. Anche l’unico caso finito in terapia intensiva allo “Spallanzani” è stato dimesso: si trattava di una persona vaccinata.

Nella vicina Valmontone i casi sono stabili e non c’è una recrudescenza come ad Artena. A Colleferro la situazione è simile ad Artena: l’ultima comunicazione è del 19 novembre e segnalava 108 casi di cui due ricoverati. Il confronto tra Artena e Colleferro lascia pensare.

A Colleferro negli ultimi tempi sono state fatte diverse manifestazioni pubbliche, ampi mercatini, presentazioni di libri e via dicendo. Ad Artena invece le manifestazioni organizzate sono state ben poche e senza una partecipazione paragonabile a Colleferro. Eppure il rapporto tra positivi e popolazione è ben più alto ad Artena. Questo sembrerebbe un segno che le manifestazioni non sarebbero determinanti nell’ampliamento dei contagi.

La causa del contagio? Il medico: “La gente ha abbassato l’attenzione”

Le cause del maggior numero di contagi potrebbero forse risiedere in altre dinamiche. Ad esempio, come diciamo da più di un anno su questo giornale, nei comportamenti e negli stretti rapporti tra amici e famiglie. Secondo un medico di base di Artena, il punto è che “la gente ha abbassato troppo l’attenzione”. Nel senso che usa poco le mascherine nei luoghi chiusi o da amici e parenti, ritenendo di avere una “corazza” data dal vaccino. E così a infettarsi sono soprattutto i vaccinati.

Lancet e la faccenda dei no vax

La questione è dibattuta anche a livello internazionale e anche all’estero si nota come il virus continui a circolare anche tramite i vaccinati, così come stanno rilevando i dottori di Artena. L’altro giorno la rivista scientifica Lancet, della Gran Bretagna, ha pubblicato un articolo in cui ha invitato a “non stigmatizzare i non vaccinati”. “Vi sono prove crescenti che gli individui vaccinati continuano ad avere un ruolo rilevante nella trasmissione” scrive infatti il prof. Gunter Kampf in questo articolo.

Il professore dell’Istituto per l’Igiene e la Medicina Ambientale dell’Università di Medicina di Greifswald (Germania) aggiunge: “Le persone vaccinate hanno un minor rischio di malattie gravi ma sono ancora una parte rilevante della pandemia. È quindi sbagliato e pericoloso – dice il professore tedesco – parlare di pandemia dei non vaccinati. Storicamente, sia gli Stati Uniti che la Germania hanno generato esperienze negative stigmatizzando parti della popolazione per il colore della pelle o la religione. Invito i funzionari di alto livello e gli scienziati a fermare la stigmatizzazione inappropriata delle persone non vaccinate, che includono i nostri pazienti, colleghi e altri concittadini, e a fare uno sforzo maggiore per riunire la società”.

Il problema dei tracciamenti

Anche a livello nazionale c’è chi ha posto il problema della gestione della pandemia da un altro punto di vista. Ad esempio si tratta del virologo Andrea Crisanti, che ha gestito la prima parte dell’epidemia in Veneto. Crisanti ha sollevato il problema del tracciamento dei contatti: “Non abbiamo mai fatto il tracciamento e non ci abbiamo investito in logistica, è inutile che stanno a parla’, non hanno fatto niente ha detto l’altro giorno in televisione, c’è bisogno di una rivoluzione copernicana e culturale. Stiamo parlando di cose irrealizzabili. Preoccupato? Si lo sono, in Italia abbiamo perso due mesi di tempo a parlare di no-vax quando era chiaro che il problema era un altro”.

Come Crisanti, in un certo senso, la pensa così anche qualche medico di base della zona. “Oggi fare il tracciamento dei contatti è quasi impossibile” confida un dottore. “Chi ha qualche sintomo – aggiunge il medico – invece di contattarci fa i test fai da te che si vendono al supermercato oppure si accontenta della risposta negativa del tampone rapido perché ha paura di andare in quarantena. Ma questo modo salta ogni tracciamento dei contatti”.

I nuovi dati dell’Istituto Superiore di Sanità sull’epidemia

Intanto l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato i nuovi dati sull’andamento dell’epidemia in Italia. Ancora un volta si mette nero su bianco che i vaccini riducono il rischio di ospedalizzazione e di morte ma non lo annullano. I dati in questione (sono qui) riguardano il periodo tra il 17 ottobre e il 17 novembre.

In quel mese sono stati di più i morti vaccinati (54,66%) che i non vaccinati (45,34%). Come abbiamo già spiegato, il dato è fuorviante, perché i vaccinati sono molti di più in Italia: costituiscono circa l’86% della popolazione. Più utile, invece, confrontare le incidenze.

I positivi in Italia

Fra il 17 ottobre e il 17 novembre è risultato positivo al coronavirus lo 0,23% della popolazione italiana, con un aumento dello 0,05% rispetto ai dati precedenti. Stiamo parlando di circa 126 mila persone su 54 milioni di individui dai 12 anni in su. Il rapporto tra positivi e popolazione di riferimento cresce sia per i non vaccinati che per i vaccinati. I positivi non vaccinati (50 mila in totale) crescono dello 0,16% e arrivano a 0,68% dei non vaccinati; i positivi vaccinati (76 mila in totale) crescono dello 0,04% e arrivano a 0,16% dei vaccinati. I rapporti più alti riguardano le fasce d’età tra i 12 e i 39 anni e oltre gli 80 anni.

Il tasso di ospedalizzazione

Il rapporto tra ospedalizzati e positivi è più alto tra i vaccinati che hanno completato il ciclo da oltre sei mesi: si tratta del 7,27%. Prendendo invece i dati complessivi, il 6,36% dei positivi non vaccinati è ospedalizzata contro il 4% dei positivi vaccinati.

Guardando le singole fasce d’età, la fascia più a rischio è sempre quella delle persone che hanno oltre 80 anni: il 32,98% dei positivi non vaccinati è ospedalizzato (il 3% in meno dei dati precedenti) a fronte del 20,30% dei positivi vaccinati. Man mano che si abbassa l’età, la forchetta cambia: per i positivi non vaccinati la percentuale varia dal 2% al 32%. Per i positivi vaccinati va dallo 0,6% al 20,3%.

Da segnalare che il tasso più alto degli ospedalizzati tra i 12 e i 39 anni spetta per ora a chi ha fatto la terza dose: è il 2,27% ma si tratta, in dati assoluti, di una persona su trentacinque e quindi non sembra avere rilevanza statistica. Altre incidenze alte riguardano gli ultraottantenni positivi vaccinati: 28,47% per i positivi vaccinati con ciclo incompleto, 25,57% per i positivi vaccinati con ciclo completo entro i 6 mesi, 17,16% per i positivi vaccinati con ciclo completo oltre sei mesi.

La situazione nelle terapie intensive

La forbice si riduce nel rapporto tra terapie intensive e positivi (in discesa rispetto a qualche giorno fa) ma le percentuali peggiori sono sempre dei non vaccinati. Tra i positivi non vaccinati è finito in terapia intensiva: lo 0,10% di chi ha tra i 12 e i 39 anni; lo 0,66% di chi ha tra i 40 e i 59 anni; il 3,59% di chi ha tra i 60 e i 79 anni; l’1,94% di chi ha oltre gli 80 anni.

Per i positivi vaccinati ecco quanti finiscono in terapia intensiva: lo 0,004% di chi ha tra 12 e i 39 anni; lo 0,08% di chi ha tra i 40 e i 59 anni; lo 0,68% di chi ha tra i 60 e i 79 anni; l’1,11% di chi ha 80 anni o più. Tra i positivi vaccinati, il rapporto più alto è per chi ha fatto la doppia dose entro i 6 mesi: 1,5%.

Il tasso di decessi nella popolazione vaccinata e non vaccinata

Quanto al rapporto decessi/positivi degli ultimi trenta giorni? Per i positivi non vaccinati la percentuale va dallo 0,025% della fascia d’età 12-39 (prima era dello 0,016%) al 10,32% di chi ha 80 anni o più (prima era del 13,24%). Per i positivi vaccinati la percentuale va dallo 0,0048% della fascia 12-39 (prima era dello 0,01%) al 4,95% di chi ha oltre 80 anni (prima era dell’1,33%).

Guardando le fasce d’età, ecco l’incidenza per i positivi non vaccinati: 0,02% per chi ha tra i 12 e i 39 anni; 0,24% per chi ha tra i 40 e i 59 anni; 2,54% per chi ha tra i 60 e i 79 anni; 10,32% per chi ha oltre gli 80 anni. Per i positivi vaccinati: 0,004% per la fascia 12-39; 0,045% per la fascia 40-59; 0,51% per la fascia 60-79; 4,95% per la fascia oltre gli 80. Tra i positivi vaccinati il dato più alto è per gli ultraottantenni con doppia dose entro i 6 mesi: 7,7%.

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