In Italia sono attivi 4913 focolai, distribuiti in 102 province su 107. Alcuni sono estesi, altri no visto che bastano due persone per fare un cluster

“Cluster” è uno dei termini più in voga dell’imperante narrazione su coronavirus e covid. Se non ne parli non sei nessuno. Se non sai cos’è ti guardano male. Ebbene cosa sono i “cluster”? Sono un inglesismo usato per parlare dei focolai epidemici di sars-cov-2. Si potrebbe pensare che si parli di “focolaio” di sars-cov-2 soltanto quando ci sono molte persone coinvolte eppure non è sempre così. I “cluster” possono riguardare anche solo due persone, una famiglia.

Infatti la definizione adottata di “focolaio” riguarda “l’individuazione di 2 o più casi positivi tra loro collegati”. Quindi anche una coppia convivente positiva configura un focolaio di coronavirus sars-cov-2. Oppure due fidanzati. O anche due persone che si sono incontrate dopo tanto tempo e si sono salutate abbracciandosi facendo passare il virus da una all’altra. Attualmente in Italia ci sono 4.913 focolai attivi distribuiti in 102 province su 107. Alcuni sono composti da pochi casi collegati e altri sono di dimensioni rilevanti.

L’80,3% dei focolai è rilevato in ambito domiciliare

Il dato più interessante, diffuso dal Ministero della Salute, è che “la maggior parte di questi focolai è rilevata in ambito domiciliare (80,3%)” mentre “si mantiene stabile la percentuale dei focolai rilevati nell’ambito di attività ricreative (4,2% vs 4,1% la settimana precedente)”. Dice il Ministero della Salute: “La trasmissione locale del virus, diffusa su tutto il territorio nazionale, provoca focolai anche di dimensioni rilevanti soprattutto segnalati in ambito domiciliare/familiare”. Va capito se la prevalenza di questi focolai è dovuta alla più semplice individuazione o semplicemente perché ci sono più contagi in famiglia e in ambito domiciliare.

E a scuola? “La trasmissione intra-scolastica rimane complessivamente una dinamica di trasmissione limitata: 3,8% di tutti i nuovi i focolai in cui è stato segnalato il contesto di trasmissione” dice il Ministero della Salute. Che aggiunge: “le attività extra-scolastiche possono costituire un innesco di catene di trasmissione laddove non vengano rispettate le misure di prevenzione previste”.

L’aumento dei casi senza collegamenti epidemiologici

Ci si potrebbe chiedere: se il virus passa sempre da una persona all’altra, e non scende dal cielo, perché non ci sono solo pochi focolai ma invece ce ne sono tanti? Il problema è collegare i casi tra loro. C’è un dato che sta facendo emergere le criticità dei servizi territoriali di prevenzione a livello nazionale: negli ultimi tempi si sta osservando “un forte aumento nel numero di nuovi casi fuori delle catene di trasmissione note”. Significa cioè che per una certa quantità di casi positivi (9291 questa settimana in Italia) non si è riuscito ad individuare un collegamento con altri positivi. In quei casi, quando non si sa qual è il cosiddetto “link epidemiologico”, le Asl parlano di “contagio di caso”.

La buona notizia che emerge dai dati sui positivi

L’aumento di questi contatti senza “link” potrebbe essere dovuto alla difficoltà di “lavorare” tutti i casi che emergono (soprattutto asintomatici) a seguito dei tanti tamponi. Basti pensare che, in tutta Italia (dati di ieri), su 107312 positivi ben 100496 sono soltanto in isolamento domiciliare. 638 sono le persone ricoverate in terapia intensiva e 6178 i ricoverati con sintomi.

Dagli ultimi dati dell’Istituto Superiore di Sanità risulta che al 5 ottobre quasi il 75% dei casi positivi erano asintomatici o pauci-sintomatici (con sintomi leggeri). Si conferma quindi la grande prevalenza di casi positivi senza sintomi o con pochi sintomi. Una notizia in un certo senso positiva. Ma il rispetto delle precauzioni è sempre d’obbligo: lavarsi le mani frequentemente e mettere la mascherina quando le norme lo prevedono.

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