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Sul territorio più della metà delle attività economiche sono ferme con il rischio di pagare Tari e suolo pubblico. È un problema nazionale: la FIPE ha fatto sette richieste al Governo per scongiurare la perdita di 300 mila posti di lavoro

Il coronavirus ha fatto sentire la sua presenza sulle imprese che da quasi un mese e mezzo hanno sospeso l’attività. Bar, ristoranti, pasticcerie e pizzerie sono tre le più colpite anche nella nostra zona. Artena, Valmontone e Lariano, come abbiamo già raccontato, sono le città più colpite della provincia di Roma sotto il profilo economico. I tre Comuni contano un totale di 1241 attività economiche ferme su 2284 (qui i dati Istat elaborati). Nello specifico sono ferme 345 attività su 656 ad Artena, 364 attività su 677 a Lariano e 532 attività su 951 a Valmontone.

La situazione e i problemi delle attività di Artena, Lariano e Valmontone è come quella descritta oggi dalla Federazione Italiana Pubblici Esercizi che a livello nazionale stima che 50 mila esercizi pubblici potrebbero non riaprire dopo la crisi, lasciando definitivamente a casa 300 mila persone. Secondo la FIPE-Commercio, la scelta di non riaprire è nella testa degli imprenditori perché “le misure di sostegno per il comparto sono ancora gravemente insufficienti e non si intravedono le condizioni di mercato per poter riaprire”. Gli interventi attualmente in campo sarebbero solo una “risposta parziale”.

I principali problemi e la “beffa di dover rischiare di pagare TARI e Suolo pubblico”

“La liquidità non è ancora arrivata – spiegano dalla FIPE –, la garanzia al 100% dello Stato per importi massimi di 25.000 € è una cifra lontanissima dalle effettive esigenze delle imprese per far fronte agli innumerevoli costi da sostenere, la burocrazia rimane soffocante appesantendo addirittura le stesse procedure degli ammortizzatori sociali obbligando, di fatto, le imprese ad anticipare i pagamenti. Sulle tasse, inoltre, non ci sono state cancellazioni ma solo un differimento, per di più con la beffa di dover rischiare di pagare l’occupazione di suolo pubblico stando forzatamente chiusi e la tassa su rifiuti virtuali visto che di rifiuti non ne sono stati prodotti”.

Le sette richieste della FIPE-Commercio al Governo

“Con la riapertura del Paesedichiara il Presidente di Fipe-Confcommercio Lino Stoppanigli italiani rischiano di non trovare più aperti né il bar sotto casa, né la trattoria di quartiere. Per questo, chiediamo al governo e alla politica tutta un aiuto e uno sforzo in più per salvare un pezzo del nostro sistema produttivo che, con 85 miliardi di fatturato prodotto e 1.200.000 occupati, è un settore trainante del turismo e dell’economia del Paese”.

Oltre alle critiche dalla FIPE-Commercio è arrivata anche una proposta articolata in 7 punti. Una proposta-richiesta che spetta al Governo valutare e mettere in campo. Le proposte a sostegno del settore riguardano risorse a fondo perduto “parametrate alla perdita del fatturato” e una moratoria sugli affitti. C’è poi il discorso sulle tasse. La FIPE chiede la cancellazione di “IMU, Tari, suolo pubblico e altre imposte fino alla fine del periodo di crisi e sospensione pagamento delle utenze”.

Si richiede anche il prolungamento degli ammortizzatori sociali fino alla fine della pandemia e sgravi contributivi per chi manterrà i livelli occupazionali. Un’altra proposta è la reintroduzione dei voucher per il pagamento del lavoro accessorio. Viene chiesta inoltre la possibilità di lavorare per asporto e la concessione di spazi all’aperto più ampi nel periodo di convivenza con il virus, per favorire il distanziamento sociale e permettere agli esercizi di lavorare. Infine un piano di riapertura con tempi e modalità certe condiviso con gli operatori del settore.

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